Racconta il tuo cane

I vincitori del concorso “Racconta il tuo cane” sono:
1° Susy
2° Kaala
3° Il cane che guardava gli aerei volare

La premiazione avrà luogo sabato 27 febbraio 2010 alle ore 18.00 presso l’Istituto Watson in C.so Vinzaglio 12 Bis a Torino

Racconta il tuo cane – Una vita da cani

di Fravel

unavitadacaniChaka era un alano enorme, tanto divertente quanto affettuoso. Nonostante la sua mole, si muoveva per la casa con la leggerezza di una ballerina di prima fila. Era nato nel poverissimo Mozambico, un Paese praticamente privo di animali domestici, non per lo scarso amore per gli animali domestici, ma per la scarsità di cibo addirittura per le stesse persone. Esisteva anche il fondato sospetto che i cani potessero rappresentare fonte di sostentamento. A dispetto di questo poco accogliente ambiente, la vita di Chaka era trascorsa fra gli agi di una villa con giardino e piscina, nutrito come un re e coccolato come un bambino viziato.
I suoi due padroni lo adoravano, ma a causa del loro lavoro erano costretti a cambiare luogo di residenza ogni quattro anni. Per Chaka venne quindi suo malgrado il momento di provare l’ebbrezza (e la paura) del volo, destinazione la più civile Spagna, in una casa ancor più confortevole della precedente.
Il tempo trascorre però inesorabile anche per i cani, anzi ancora più veloce, se è vero che un anno loro corrisponde a sette anni nostri. Alla scadenza del quadriennale periodo spagnolo, si stava prospettando un nuovo trasferimento, questa volta a Roma, non più in una spaziosa villa, ma in un più limitato appartamento, che non permetteva di certo la stessa libertà di movimento delle due precedenti dimore. Del problema si preoccupavano i due padroni, che presto sarebbero diventati tre per l’imminente nascita della loro primogenita.
Le discussioni erano ricorrenti e l’argomento sempre uguale, quanto irrisolto: è giusto che un cane di quella taglia sia costretto a vivere in un appartamento? L’alternativa era di parcheggiarlo nella casa spagnola dei genitori della padrona.
Nel frattempo, proprio a ridosso dell’imminente trasferimento, nacque Sofia. Ai nonni, che dall’Italia si precipitarono a conoscere la loro prima nipotina, la prima scena che si presentò fu oltremodo commovente: all’ombra di un enorme albero che la riparava dal feroce sole di luglio, nella carrozzina dormiva la piccola Sofia, sorvegliata come da un gendarme da Chaka, sdraiato a mò di stuoino sulla fresca erba del prato. Sembrava dicesse: “Non preoccupatevi, ci sono io a fare buona guardia e nessuno ve la tocca la vostra nipotina”.
La crescita della famiglia non cancellò il problema della prossima sistemazione di Chaka, anzi…. Una soluzione definitiva non era stata ancora presa, ma in cuor loro i due padroni (il terzo non era ancora in grado di dire la sua) non volevano separarsi da quello che era diventato un vero e proprio membro della famiglia.

Chaka sembrava avvertire la difficile situazione e forse per facilitare la soluzione, già pieno di acciacchi e con la sensazione di diventare, al pari di tanti vecchi umani, un peso per la famiglia che tanto gli aveva voluto bene, improvvisamente una notte chiuse gli occhi e decise di trascorrere un’altra vita nel mondo meno complicato degli animali. Una minuscola lapide da dieci anni lo ricorda nel giardino dove avrebbe probabilmente trascorso il resto della sua agiata “vita da cani”.

Racconta il tuo cane – Napoleon

di Ilenia

napoléonSe è vero che i figli maschi assomigliano alle mamme, allora Napoléon detto Napo non fa eccezione alla regola: lui ha, anzi aveva, una sana fobia per l’acqua tanto quanto me. Difficile da immaginare dato che è un Labrador. Lo abbiamo preso in canile. Eravamo andati a dare un’occhiata non proprio con un progetto preciso ma quando abbiamo incontrato questo pazzerellone biondo, abbiamo capito che avrebbe fatto parte della famiglia. La sua paura si è manifestata la nostra prima domenica al mare con lui. Quando Alberto si è tuffato e con vigorose bracciate si è portato al largo, Napo é rimasto a farmi buona compagnia seduto in spiaggia. Ad un certo punto però si è preoccupato e per dimostrarcelo si è messo ad abbaiare chiaramente rivolto al suo padrone, cercando goffamente di tenersi in equilibrio su uno scoglio scivoloso. Già questa scena era divertentissima. Ma da lì a poco è successo l’inimmaginabile: un golden retriver addestrato al salvamento è arrivato sulla spiaggetta per il consueto allenamento e tuffandosi con eleganza ha iniziato a nuotare con grande disinvoltura di fronte allo sguardo di Napo. Non ho potuto fare a meno di leggere la nuvoletta che gli usciva dalla testolina: “ma questo è uguale a me; pelo,zampe e stazza…Se lo fa lui perché non lo posso fare io?” Dal pensiero all’azione il passo è stato breve; l’ho visto correre verso le onde e tuffarsi annaspando con le zampine che si muovevano freneticamente e la bocca aperta con lo sguardo fisso ad Alberto che lo chiamava incitandolo. Ad un certo punto l’ho visto bere ed agitarsi sempre di più…quanto lo capivo! Quando è arrivato dal suo padrone “acquatico” , si è aggrappato a lui come un bambino terrorizzato ma felice di aver reso orgoglioso di lui i suoi spettatori. Si è sentito un applauso di gioia. Ho giurato a me stessa che al bagno successivo non sarei mancata. E’ così è stato, grazie al mio piccolo grande Napo.

Racconta il tuo cane – A casa con Matilda

di Maty

matildaPolveroso, peloso, irruente e irreversibilmente famelico. No, non è un mostro, è il mio cane. Lei (sì, è una lei) si chiama Matilda e ormai vive stabilmente in casa mia da oltre tre anni. Matilda mi è parsa da subito come il cane perfetto: peloso (devo ancora comprendere se ci vede del tutto), bianconero (come la mia radicata fede calcistica) e soprattutto “donna”, esattamente come me. Di delicato e femminile questa meravigliosa massa pelosa possiede tuttavia veramente ben poco. Poniamo che vi inviti a casa mia (anzi, nostra). Matilda da brava massaia vi offrirà da subito un dono di benvenuto: un elefantino senza proboscide (a Matilda non è mai andata giù..chissà perché), un pipistrello gommoso di Halloween, un cioccolatino di Natale (li ha mangiati quasi tutti lei e le carte non sono mai state rinvenute), una patata (devo assolutamente toglierle dalla cesta sotto il lavandino), la custodia degli occhiali di mia nonna che abita al piano di sotto (prima o poi dobbiamo riportagliela), un topo peloso (che non ho mai approvato), un frisbee di Winnie de Pooh che Matilda ha sempre considerato troppo convenzionale. A questo punto sarete invitati ad accomodarvi sul divano ed è lì che avverrà la catastrofe! In men che non si dica vi ritroverete addosso una massa incolta di pelo che assolutamente incurante delle vostre resistenze e delle vostre suppliche vi calpesterà senza ritegno per arrivare là dove nessun cane abbia mai osato spingersi. Sì, Matilda ha questa strana abitudine. Desidera ardentemente appollaiarsi sulla testa dei miei ospiti. Niente di male se si trattasse di un chiwawa o di un pechinese. Ma Matilda pesa 16 chili! Alcuni si mettono a ridere, altri fanno domande, altri ancora hanno giurato di non rimettere mai più piede in casa mia (tra questi mia zia di Pegli), ma cosa ci posso fare, Matilda è così, è un po’ strana, forse un po’ indelicata e a tratti maleducata, ma è tremendamente dolce, generosa e affettuosa. Tante volte ho cercato di capire che cosa si nascondesse dietro questo suo gesto apparentemente insensato. Ebbene, non ne sono sicura, ma probabilmente si tratta di un inusuale modo per dirvi che siete persone speciali, persone da amare e apprezzare nella vostra letterale (ma per nulla scontata)…totalità!

Racconta il tuo cane – Il muro di cinta del maniero

di Alberto

Napo è un Labrador biondo, spumeggiante, di circa due anni datomi in affido dal canile municipale
Nella sfortuna dell’abbandono si è poi ritrovato ad abitare in una porzione di Villa settecentesca e relativi giardini a più livelli, in quel di Pino, il tutto da condividere con Argento, un Certosino trovatello e alquanto dispettoso.
La cuccia di Argento è situata sopra a quella di Napo e pare che ora la convivenza tra i due funzioni bene salvo qualche problema a causa delle crocchette all’ora di pranzo.
Napo che è costantemente affetto da un appetito incontenibile qualche volta approfitta della disponibilità delle crocchette di Argento e gli lucida la ciotola.
Quel giorno di ottobre, durante la passeggiata, verso le quattro del pomeriggio lungo il viale dei Cipressi, sul lato sinistro vi è una siepe bassa di martello e Napo inizia ad annusare interessato ad un odore particolare, forse di roditore.
Sale sulla siepe si sposta sulla medesima ricercando la traccia odorifera; mi accorgo che la siepe presenta oltre al fitto fogliame delle bacche rosse e delle spine; lo richiamo prontamente per evitare complicazioni.
Comincia a piovigginare andiamo nel prato; il medesimo è tagliato da poco e Napo scorrazza allegramente.
Mi viene in mente di passeggiare lungo la cinta e poco avanti scopro due appigli per scalarla. Salgo e mi calo nel giardino interno.
Napo rimasto fuori della cinta comincia a essere irrequieto perché non mi vede. Corre avanti e indietro non sapendo cosa fare, preoccupato della mia assenza.
Mi avvicino al bordo della cinta, lo chiamo e lo invito a seguire le mura verso l’ingresso principale. Napo comprende e seguendo le mura trova finalmente la cancellata d’ingresso che in quel momento si stava richiudendo. Riesce agevolmente ad entrare di corsa e mi corre incontro a tutta velocità con tutta la sua forza. L’impatto è così forte che mi butta a terra.
Mi alzo e lo abbraccio e lui scodinzolando comincia a leccarmi sul viso festoso e soddisfatto.

Racconta il tuo cane – Battaglia a Miraflores

di Luciano

Quel pomeriggio di Settembre era in programma, la rievocazione storica nelle vicinanze della “Bela Rosin” della battaglia della Marsaglia tra le truppe Francesi e quelle Piemontesi; erano presenti gli artiglieri e fanti di entrambi gli eserciti.
Lapo verso le ore 15, dà segni di irrequietezza, si alza va a prendersi il guinzaglio e me lo deposita in mano strofinando il muso sul palmo della mano, gli metto il collare e lo porto fuori a fare la solita passeggiata.
Passo dopo passo, mi avvicino alla “Bela Rosin”si sentono sempre più forti i botti dei colpi di cannone nell’infuriare della battaglia, Lapo sorpreso, mi guarda corrugando la fronte, io lo rassicuro con una carezza sul muso e lui procede.
Arrivati sul bordo del prato verso il vallone dove infuria la battaglia, Lapo disturbato dai forti boati dei cannoni e dai colpi di fucile esplosi dai fucilieri, vuole battere in ritirata.
La battaglia volge al termine vengono portati via i feriti dai barellieri e caricati su carri trainati da cavalli.
Artiglieri, fanti feriti, ufficiali, comandanti e altri nelle loro divise coloratissime brindano alla fine dell’avvenimento con vini d’annata accompagnati da panini al salame e prosciutto parlando e ridendo fra loro.
Mi dirigo con Lapo verso gli accampamenti per vedere meglio i personaggi e godere un po’ della loro allegria; mi ritrovo a passeggiare tra le tende dell’accampamento immacolate per l’occasione, Lapo improvvisamente alza la gamba, marca il territorio innaffiando una delle candite tende.
Una voce dal gruppo ci apostrofa gridando ” E mica qui noi siamo fessi ci sobbarchiamo viaggi, prove,spese nei costumi ed altro ancora per farci fare la pipi’ addosso ! “
Alle mie scuse non ha sentito ragioni ed ha cominciato a insultare pesantemente me e Lapo arringando i suoi compagni.
Non avendo difese abbiamo guadagnato rapidamente le sponde e ci siamo allontanati dal luogo del misfatto.
Va un po’ a spiegare a Lapo quale delitto aveva mai commesso.

Racconta il tuo cane – Artù: l’amico di studi e di vacanze

di Milla

È qualcosa di veramente speciale.
O meglio, se partiamo dall’inizio, era un batuffolo di pelo morbido quando me lo sono trovato tra le mani in quel Natale che non dimenticherò mai.Era un cucciolo di cocker bejge con qualche macchia qua e la più scura, gli occhi impauriti ma di una tenerezza incredibile.
Era lui, o meglio è lui, il mio amico a quattro zampe che da quel Natale non mi ha più lasciata.

È lui, Artù, che guaisce quando suona il citofono: sa già che sono io di ritorno da scuola; lui mi aspetta sulla porta e per questo salgo le scale di corsa e lo vedo festoso. Mi ha aspettato tutta la mattina. Mi si affianca e percorre tutto il lungo corridoio ricalcando i miei passi, fino alla mia cameretta, aspetta che appoggi lo zaino e poi mi salta addosso. Vuole sapere come è andata la mattinata, se mi hanno interrogata, se il saggio era difficile…addirittura vuol conoscere le circolari del Preside! Solo quando ha capito tutto, mi lascia ed insieme andiamo a pranzare.
È un curiosane, direte voi, ma è da sempre così. Non aspetta altro che mi metta a studiare e si accuccia vicino alla scrivania ad ascoltare parola per parola; segue compito su compito: vuole che sia brava a scuola ma io penso, invece, che voglia essere un cane istruito. Probabilmente, ha capito, come dicono sempre a sfinimento i miei genitori, che l’istruzione è fondamentale per tutti.

Ad ogni mia promozione finale, si sente promosso anche lui e partiamo tutti per le vacanze in campagna. Lì mi segue per i campi quasi a volermi difendere da ogni imprevisto e nei suoi occhi si legge una fierezza come se fosse un cane di grossa taglia che sa il fatto suo in ogni situazione. Le volte che vado in città, al mio ritorno in campagna, avverte la mia presenza già in lontananza, infatti, quando arrivo sulla collinetta distante da casa, abbaia e la mamma butta in pentola la pasta, così quando arrivo, grazie ad Artù, è pronto il pranzo!
Per tutto questo è veramente speciale.
È lui, è Artù, l’amico di studi e di vacanze.

Racconta il tuo cane – Malato immaginario

di lucapiergiovanni

mieleUn attore nato. Siamo appena tornati dal veterinario perché se ne sta mogio nella sua cuccia, rifiutando il cibo e tremando come una foglia, ma Miele è sano come un pesce, non ha febbre o sintomi di sorta, ciononostante ha trascorso l’intera mattinata tremando impaurito. Il veterinario sembra divertito dalla situazione e dalla capacità di recitare di Miele, poi però si fa serio: “Faccia attenzione, perché con cani di questo tipo non si riesce a capire quando stanno male veramente. Un controllo è in ogni caso auspicabile”. Raccolgo il consiglio e me ne vado un po’ impensierito perché rifletto che una situazione simile si è verificata almeno un paio di volte. Dopo aver pestato un rametto di spini, ad esempio, rimase per più di un’ora con la zampa sollevata da terra, la teneva immobile e se la leccava in continuazione. Anche in quell’occasione non volle mangiare e deviava ogni mio tentativo di farlo giocare.

Temetti perfino si fosse slogato una zampa, e che nel peggiore dei casi se la fosse rotta, ma dopo una visita approfondita la conclusione fu che la zampa era in perfetto stato. Miele, da attore tragico qual è, aveva trasformato il dolore provato per la puntura dello spino in un dramma Shakespeariano. Di quella vicenda ricordo con tenerezza gli esercizi ginnici che gli dovemmo far fare per avere la certezza che la zampa fosse illesa. Vedere quelle zampette magre andare su e giù e poi piegarsi delicatamente mi riempì il cuore di tenerezza. È accaduto altre volte che capitombolasse a terra battendo una qualche parte del corpo, o che ancora gli capitasse di appoggiare malamente una zampa accusando un certo dolore. E puntualmente ognuno di questi incidenti è stato accompagnato da una perfetta sceneggiata napoletana. “Conosco un’altra persona che fa così per poi farsi coccolare”, mi dice Francy sorridendo. “Assomiglia proprio al suo babbo, non c’è che dire”, concludo ironicamente.  Con Miele ci guardiamo, e approfittando di Francy che è di spalle ci strizziamo l’occhio.

Racconta il tuo cane – kaala

di Kaala

Aveva negli occhi dipinta la paura,era magro quasi trasparente ma ciò nonostante faceva di tutto per farsi notare scorrazzando avanti e indietro al di là delle sbarre della sua gabbia.Era in canile.Era un trovatello,uno dei tanti abbandonati nel mese di agosto.Era l’anno 1996.E Lui il piccolo cagnolino dagli occhi dolci e languidi era soltanto un cucciolino.Ricordo como se fosse oggi che il Nostro incontro è stato AMORE a prima vista;mi sono bloccata dinnanzi alla sua gabbia vedendolo,come se i miei piedi sprofondassero in una palude,come se all’improvviso le mie articolazioni mi impedissero di proseguire oltre.Mi chinai un poco e gli misi d’istinto il dito verso il suo magnifico musetto.Dio che sensazione!La sua linguetta leccava e rileccava il mio indice e nel suo sguardo lessi tutto il timore e l’angoscia di chi stà per sussurrarti:Ti prego Non lasciarmi Quì,Scegli Me!Portami con te Non te ne Pentirai,Non Andartene!Fù Amore Immediato.Puro.Sbrigai qulche passaggio burocratico.Niente di che.Ma l’Adozione in cuor mio era già avvenuta e nulla poteva ormai avere importanza.Avrei lottato per questa bestiolina tutta ossa a costo della mia stessa vita.Ogni tanto ci scrutavamo.Entrambi era ovvio eravamo un pò spaesati.Ma non appena lo chiamai per nome (scelto da noi) anche quella sensazione di timidezza da parte di entrambi svanì.Lui si voltò immediatamente e questo mi sorprese e commuose contemporaneamente molto.Capìì che a tutti gli effetti non vedeva l’ora di avere una famiglia e poter ricevere tutto quell’amore che veramente si meritava. Quando scendemmo anzi quando scesi i gradini del Canile lui restava inditro sù passi malfermi e quando lo invitavo a proseguire mi guardava con i suoi enormi occhioni quasi mivolesse dire:Questo è stato per un pò il mio “Orfanotrofio”,Ora tu non mi Lascerai Mai vero? Dopo l’ultimo gradino finalmente,vidi una scena che mi chiuse il cuore in una morsa.Girò la testolina verso la porta del Canile.E questo per me è stato il suo Addio a quel luogo!Per prima cosa entrando in casa trovò nell’ingresso uno specchio,si mise davanti ed iniziò a brontolare per un pò.Era ovvio che non si era mai specchiato e di conseguenza non riusciva a spiegarsi questa strana figura riflessa dall’altra parte.Le sue paure,nonostante sia diventato un leader fin da subito se le è portate però dietro.Il suo terrore per le mosche ad esempio mi ha sempre lasciata perplessa,tant’è che se prima che arrivvasse Lui non mi erano simpatiche,da quando FLIPPER (questo è il suo nome) c’è ,anch’io non le tollero più per nulla.Da subito diventammo una cosa SOLA!Forse per come era stato trattato nei primi mesi di vita,la sua salute è sempre stata piuttosto cagionevole.E da subito ha dovuto abituarsi alla figura del veterinario.Pur non essendo affatto un cane coraggioso ha sempre sopportato con dignità quasiasi cosa dalle flebo alle punture,suturazioni varie e anche anestesie.Ma Mai un lamento.Mai.Mai.Ci sono state infinite notti che stava male e mi “chiamava” come un bambino farebbe con la sua mamma.Abbiamo sempre condiviso Tutto.Gioie.Dolori.Sempre Insieme.Sovente,sembrerà strano dirlo,ma ci basta uno sguardo per intenderci,proprio come si dice per le persone.Personalmente questo feeling io c’è lo più con i cani.I cani amano e non sanno odiare e non ti deludono mai,nemmeno se hanno la sfortuna di trovare un padrone che poi liabbandona,rimangono magari una vita ad aspettare che ritorni.Poi spesso il loro cuore cede,e se ne vanno invano aspettando chi si si è sbarazzato di loro con la massima indifferenza e senza pietà alcuna.Gli anni passano.Troppo velocemente dico sempre.Flipper cresce diventando bellissimo,e noi membri della sua famiglia cresciamo con lui,poichè Tutto quello che ci offre giorno dopo giorno (ancora fino ad oggi grazie al cielo!) è una ricchezza che si può SOLO AVERE da un cane.Ho scritto queste poche righe per parlare del mio Flipper,ma anche per raccontare in breve due episodi che mi hanno lasciato un segno profondo.Flipper al contrario di tanti altri suoi simili non ha Mai ululato,anzi non ha Mai nemmeno tentato di farlo.Nell’inverno 2005,morì mio marito.Ricordo che una sera lo portai con me fin sulla gradinata dell’ospedale dove mio marito era ricoverato.Rimanemmo d’accordo che sarebbe uscito fuori per vedere Flipper.Gli mancava e la malattia lo stava stroncando piùin fretta del previsto.Non appena Flipper gli fù vicino eccitato e scodinzolante per l’incontro,iniziò ad ululare talmente forte da farmi venire la pelle d’oca.Mio marito morì alcuni giorni dopo.Questo aveva significato il suo ululare tanto intenso e tanto straziante.Compresi quanto poco o nulla sappiamo sulle emozioni e sensazioni di questi straordinari animali.Così come notai il suo strano comportamento dopo che mio marito era mancato.Osservavo Flipper che regolarmente e puntualmente come un’orologio svizzero esattamente alle 17,55 scendeva dal divano o usciva dalla sua cuccia per piazzarsi sdraiato con il muso rivolto verso alla porta in attesa. Ammetto che i primi giorni non feci caso a questa strana cosa,poi un giorno capiì:era l’orario di rientro a casa di mio marito,l’ora esatta in cui varcava la soglia.Per un mese lo aspettò speranzoso,sdraiato sempre nell’identica posisione,con lo sguardo fisso alla porta.Dopo un mese esatto si arrese e non lo aspettò più.Adieci anni e mezzo Flipper è diventato “fratello2 di una deliziosa chuauaua e insieme si fanno molta compagnia.Da un pò di tempo faccio nel mio pochissimo tempo libero la volontaria al Canile di Torino.E’ un’esperienza straordinaria anche se molto toccante.Mi permetto di dare un consiglio a tutti:NON PRENDETE CANI PER POI GIOCARE CON LE LORO VITE E FARLI POI MORIRE IN CANILE.SONO ESSERI VIVENTI CON UN CUORE GRANDE,GRANDISSIMO E UN’ANIMA NOBILE!

Racconta il tuo cane – Cane, amore e fotografia

di Vanni

yaraNel 1991, quasi per gioco, io e il mio cane, una bella e intelligente femmina di pastore tedesco di nome Yara, ci iscrivemmo ad un corso di addestramento. Era abituata a vivere in appartamento e io volevo che mi seguisse senza timore nelle lunghe passeggiate domenicali nei boschi.

Ogni settimana ci incontravamo con altri cani e padroni in un grande prato alla periferia di Torino. Lo scopo era soprattutto quello di addestrare noi “padroni” a comprendere più a fondo la psicologia dei nostri cani. Una parte del tempo era quindi dedicata ad impartirci lezioni in un locale al chiuso, mentre i cani aspettavano fuori, nel prato, dove li avremmo raggiunti più tardi.

All’inizio Yara non voleva separarsi da me nemmeno per brevi periodi e sovente mi raggiungeva nel locale tutta scodinzolante, interrompendo la lezione…

Dopo qualche tempo crebbe tra noi il sentimento di fiducia, lei imparò ad aspettarmi, sicura che non l’avevo abbandonata, e potemmo proseguire con il nostro corso.

Arrivò il giorno degli esami, una fredda domenica di dicembre. Erano le 8.00 del mattino, eravamo ben addestrati e pronti a dimostrare quanto era cresciuto il nostro affiatamento, quando mi accorsi che Yara era in calore! Per evitare eventuali quanto comprensibili distrazioni, la commissione decise di farci esibire per ultimi e ci rassegnammo ad aspettare il nostro turno.

Avevo invitato alcuni amici, ma, un po’ per il freddo, un po’ per l’attesa che si protraeva, quasi tutti alla fine se ne andarono… Rita, un’amica conosciuta da poco, no. Lei rimase, incurante del freddo e armata di fotocamera, pronta a riprendere Yara durante la nostra “esibizione”.

Alle 13.00 infine, davanti ad una stanca commissione ed alla fotografa intirizzita, Yara e io ci esibimmo, da soli. Yara aveva imparato talmente bene a seguirmi al passo, a fermarsi, a raggiungermi ad un mio cenno e anche a saltare un ostacolo, che, nonostante la stanchezza, fummo promossi a pieni voti.

Poi finalmente andammo tutti a casa a goderci il meritato riposo. Ci ritrovammo nel tardo pomeriggio per una piccola festa di commiato.

Passò un po’ di tempo. Io ero curioso di vedere le fotografie scattate quel giorno e, tramite amici comuni, rintracciai quella stoica fotografa. Quando ci incontrammo, con un sorriso, mi porse un gradito quanto inaspettato regalo: una fotografia incorniciata della mia Yara scattata durante un salto all’ostacolo.

Quella foto, ormai un po’ sbiadita, è ancora oggi appesa nel mio studio. Anche quell’amica è qui con me e da diciotto anni è diventata la compagna della mia vita.

Yara è vissuta con noi, scorazzando nei boschi nei fine settimana, fino a raggiungere serenamente la vecchiaia. Oggi purtroppo non c’è più, ma Rita e io serbiamo di lei un dolcissimo e indelebile ricordo.

Racconta il tuo cane – Il cane che guardava gli aerei volare

di Cristina

MiloLa prima volta che l’ho visto, trotterellava baldanzoso al guinzaglio… Non mi ha particolarmente stupito per la bellezza o la dolcezza tipica dei cuccioli, piuttosto per quel suo sguardo guizzante da birichino… Solo pochi mesi dopo avrei capito con quale selvaggia creatura avevo a che fare. Ho portato a casa questo trovatello vivace e indisciplinato che sapeva solo correre invece di camminare, che mangiava i fiori e le foglie cogliendole al volo, che giocava instancabile ma che non voleva assolutamente essere preso in braccio.

Durante la passeggiata mattutina di un autunno inoltrato, un aereo volò sopra di noi e Milo smise di fare pipì per osservare quell’oggetto sconosciuto passare rumorosamente nel cielo. Da allora non ha mai smesso di dare un’occhiata agli aerei o elicotteri che sorvolano il suo campo visivo. Chissà a cosa pensa mentre li guarda…

Io so cosa penso di lui: è l’unico essere vivente che riesce a farmi arrabbiare così tanto ma anche l’unico capace di farmi sorridere all’improvviso.

Non sono felice quando mi traina come una slitta di cavalli imbizzariti, quando finge di soffrire di sordità, quando mi guarda ma mi ignora, quando mi ringhia mentre presidia la ciotola, quando gocciola sul pavimento pulito dopo aver bevuto come un cammello, quando mi pesta i piedi nudi, quando non pensa ad altro che alle cagnette in calore, quando si rotola sulle buse e poi mi corre incontro gioioso…

Sono felice quando cerca il mio sguardo in mezzo ad altre persone, quando mi porta il suo giocattolo preferito in segno di pace, quando sbadiglia rumorosamente prima di uscire per la passeggiata, quando si struscia come un gatto per salutarmi, quando risponde prontamente alla mia chiamata. Sono felice quando lo vedo correre in un prato e sembra quasi che rida…

Sono felice semplicemente sapendo che lui c’è nella mia vita…

Mi ha insegnato l’onestà: l’onestà dei sentimenti, dei pensieri e dei gesti.

Mi ha mostrato la via della gentilezza.

Nel suo sguardo, si riflette il mio.

Racconta il tuo cane – Susy

di Gabdive

susySusy ha tre anni ed è la mia sorellina minore. Sì perché non è “mia”, è di mia madre che si considera anche “sua” madre quindi noi siamo a tutti gli effetti sorelle. Quando è arrivata a casa Susy era così piccola che la foto che ho di lei sul cellulare mostra che copriva a malapena un decimo delle ampie piastrelle della nostra cucina-tavernetta-salone che insieme al cortile costituisce il suo regno. Susy ha un rapporto viscerale con mia madre che anche l’immenso amore che ha stabilito di regalarmi non riesce a superare, ma nei rari momenti in cui torno al’ovile, 48 or al mese mediamente, io divento il centro della sua vita. Quando si apre il cancello automatico che mi fa accedere al “suo cortile” impazzisce di felicità, si piazza sulla poltrona vicino alla porta a vetri e inizia ad abbaiare come una forsennata poi iniziano i suoi riti: mi assalta con un vorticoso piroettare della bella coda a pennacchio, pisciatina per dimostrarmi la sua emozione (per questo cerco sempre di incontrarla in cortile anziché in casa) leccate e baci e poi le corse , a un minimo accenno mio comincia a correre in tondi cerchi sempre più stretti fino a che ci incontriamo in una ripetuta lotta fatta di appostamenti, salti, morsi mentre io cerco invano di acchiapparla. E’ una volpina, e come una piccola volpe furba e lesta, con i suoi ancestrali imperscrutabili riti che si concludono sempre con la sua ineluttabile vittoria.

Susy vive nell’alto Monferrato, dove io sono nata e da cui sono fuggita, in mezzo a colline struggenti ma dall’orizzonte troppo stretto, in un pezzo di terra senza storia perché nell’intercedere rapido della storia troppe volte è passata di mano. Ma lei è felice, non si è mai sognata di andarsene e non capisce bene perché l’abbia fatto io. Quando torno a casa per 24 ore divento la persona più importante del suo mondo, se la porta che da sulle scale che portano alle stanze da letto è aperta, al mattino presto arriva a svegliarmi e poi non ha occhi che per me. Per questo devo fare molta attenzione a come mi comporto perché Susy è un “petezen” come si dice dalle mie parti, è una che si offende facilmente. Se faccio qualche festa di troppo al povero Drupi (l’altro fratello, di dieci anni più vecchio di lei che quando Susy è arrivata in casa si è fatto venire una dermatite allergica, tanto era choccato dal dover condividere le attenzioni di mamma con qualcun altro), e non le do una giusta dose di sfregamenti e di affettuosità i suoi occhi si rabbuiano, si inarca abbassando la coda e si va a nascondere sotto la sua poltrona e poi ci vuole un po’ per riconquistarla. Allo stesso modo vive con dolore qualunque tentativo per metterle qualche liquido antipulci o cercare di pettinarle il bel pelo lungo, basta che io dica a mamma “le mettiamo quella cosa?” senza neppure fare il gesto di aprire il cassetto per cercare il blister del terribile liquido che lei odia e stregonescamente Susy abbassa la coda e va a nascondersi. Capisce. Capisce qualunque cosa si dica. Ha un senso che non so se sia sesto o settimo o ottavo ma che le invidio perché io non ce l’ho e non ce l’avrò mai, l’avessi avuto forse avrei evitato tanti errori nella vita. Allora ci vuole un bel po’ per riconquistare la sua fiducia. E per farlo è inevitabile ricorrere alla cioccolata (di cui è golosissima), parola che pronunciata sia in italiano che in dialetto, perché lì tra le colline dell’alto Monferrato l’italiano è solo la seconda lingua dopo il gutturale piemontese nostro, lei capisce perfettamente e a cui reagisce con violenti movimenti gioiosi della coda a pennacchio. Di Susy io sono innamorata ma non lo dico a nessuno perché non pensino che sono una perversa lesbica e incestuosa, ma ci sono volte in cui non riesco a staccarmi da quei suoi occhi, che sanno essere tanto tristi e profondi, mi affascina la ritualità di ogni suo momento della giornata, per me che sono tanto priva di rituali e abitudini da non trovare sopportabile neppure fare la stessa strada per andare in ufficio ogni mattina. Mi affascina l’immediato riscontro a ogni gesto, i giochi che devi ripetere allo stesso modo della volta prima, il suo impazzire quando si dice “passeggiata”, momento in cui prende decisa tra i denti il guinzaglio del povero Drupi otto volte più grande di lei per portarlo a spasso, il suo abbaiare forsennato quando si tenta di avvicinarsi o parlare con mamma dopo cena, quando mamma sta davanti alla TV e lei ne diventa la microscopica ma possente guardia del corpo, sentinella, protettrice. Sì, ne sono innamorata, e non dimenticherò mai il terrore che mi ha preso l’unica volta in cui ho provato a portarla a spasso con Drupi senza la mamma, che aveva male a un piede e non poteva seguirci. Irrequieta, divincolandosi si è liberata dal guinzaglio ed è scappata: ricordo le mie urla disperate e stridule mentre correvo per cercare di riprenderla, terrorizzata all’idea che finisse sotto un camion, mentre i polmoni si incendiavano e mi maledivo per le sigarette e la pinguedine che mi impedivano di correre come lei che andava a cercare il suo primo, grande amore, la “nostra” mamma, ricordandomi che 48 ore al mese sono troppo poche per essere nel suo cuore il number 1.

Racconta il tuo cane – Snoopy

di strixaluco

Avevo vent’anni e una spiccata simpatia per il cane dei Peanuts e così, quando quel peloso, piccolo, piagnucolante trovatello giunse inaspettatamente a casa, venne immediatamente “battezzato” Snoopy. Per tutta la settimana se ne rimaneva tranquillamente in casa quando uscivo, ma si scatenava in orribili sceneggiate se mi azzardavo a non portarlo con me in montagna il sabato. Tutti gli espedienti per raggirarlo fallivano miseramente, il suo orologio interno non sbagliava mai. Finì così che me lo portai ovunque andassi. Con altri amici squinternati come me lo trascinavo in orridi percorsi da gelide acque nelle quasi sguazzava insudiciandosi sino al midollo, in umide grotte nei cui cunicoli si ricopriva di melma, nello zaino durante le arrampicate. Mi avrebbe seguita all’inferno! Un episodio mi rimarrà impresso per sempre procurandomi ancor oggi sensi di colpa mai sopiti. Fu quando avremmo dovuto effettuare una scalata facile e breve – così raccontava colui che l’ave!

va organizzata – e che si rivelò invece ostica e lunghissima tanto che dovette intervenire il soccorso alpino riportandoci alla base dopo 18 ore. Il cane era rimasto in macchina per tutto quel tempo! Ero convinta che si sarebbe terribilmente offeso, come avvenne la volta che subì l’ignominia della tosatura e mi ignorò per due giorni, invece, come sempre e ancor di più, mi accolse con gioia sfrenata.

Invecchiò anche lui, tanto che abbaiava agli alberi nudi per l’inverno ritenendoli chissà quali orribili mostri! Dopo che un cancro alla gola lo colpì impedendogli di tenere sollevata la testa e di inghiottire, e dopo che il veterinario mi disse che sarebbero sopraggiunti presto dolori tremendi, decisi con molta sofferenza la sua soppressione. Morì a 15 anni, Si coricò sui miei piedi prima di addormentarsi per sempre, lasciandomi annientata dal dolore.

Non ho più avuto cani dopo di lui, non ne ho voluti, credo che non ne avrò più.

Racconta il tuo cane – Il cane volante

di Ery

il_cane_volanteLa nostra storia comincia così: io sposa che mi trasferisco per amore, la lontananza dai miei cari mi rende triste e sconsolata. Un marito sempre impegnato col suo lavoro che non riesce a trovare tempo per me. Un giorno, dei conoscenti dicono di avere l’ennesimo cucciolo in giardino a causa della loro cagnolina che torna puntalmente gravida. Vivendo in campagna, lasciata sempre libera e non curata è il minimo che può succedere; ma il mio Whisky era di troppo e rischiava una brutta fine. Lo porto a casa il 14 febbraio di 3 anni fa, piccolo, troppo piccolo: 1 mese e 15 giorni; si dimostra subito un velocista estremo con un carattere forte e allegro allora intraprendiamo l’Agility, uno sport cinofilo grandioso, Whisky stà diventando un campione eccezionale ma ecco il primo ostacolo: displasia delle rotule NON PUò PIù CAMMINARE! Operazione e inattività per 2 mesi, Whisky piomba nella confusione più nera, diventa un cane aggressivo e pauroso, è un problema portarlo anche solo a fare una passeggiata, se non si spaventa lui, è lui ad aggredire persone e animali, la mia preoccupazione si trasforma in disperazione, non so più cosa fare. Io, persona poco paziente e dal temperamento iracondo, sono costretta a rivedere il mio modo di affrontare il mondo, comincia la nostra crescita e il mio studio: non voglio sbarazzarmene come qualcuno ha suggerito, devo trovare il modo di farmi capire! I giorni che abbiamo passato sono stati pieni di angoscia, una vera spada nel cuore. Il mio cagnettino turbo trasformato in un esserino insicuro, pauroso, apatico e aggressivo. Non siamo ancora riusciti a riprendere il nostro sport. E’ trascorso un anno ma stiamo facendo passi da giganti, non molleremo, lui è il mio compagno! terrò duro per lui! mi stà insegnando ad essere una persona che non avrei mai pensato di poter diventare. I suoi problemi hanno cambiato la mia vita: diventerò istruttore cinofilo. Forza Whisky non mollare, stai andando alla grande e ti sarò sempre accanto!

Racconta il tuo cane – Maggie

di Cris

Maggie è una “bastardina” bellissima, ricorda la pubblicità della Tenderly. Fa parte di una cucciolata che i proprietari non sono in condizione di mantenere e così mi decido a prenderla con me. Vivo da sola e lavoro tutto il giorno anche fuori città, tuttavia ci voglio provare, voglio fare questa esperienza. E in effetti è stata proprio un’esperienza. Maggie era appena nata quindi faceva i bisogni ovunque in casa e così prendo dei pannoloni e faccio quello che mi dicono per insegnarle a farli li. Un po’ ci riesco, ma ogni volta che rientro dopo un po’ di ore Maggie mi accoglie alla porta con una tale eccitazione da non controllarsi e così ogni volta il benvenuto si trasforma in pulizia! Cucciola, come fare a sgridarla dopo una tale manifestazione d’affetto. La convivenza con lei mi ha fatto capire cosa significhi convivere e occuparsi di qualcuno. In fondo siamo due personalità forti, volitive e indipendenti. Lei si sente molto bella e ha ragione visto che per la strada la gente si ferma a guardarla e a coccolarla, e quando questo non avviene ci pensa lei ad attirare l’attenzione! Una forma narcisistica? Mah… Mi trovo a dover riservare il mio tempo per le sue uscite, e per questo a imbattermi in situzioni anche simpatiche come la volta in cui una signora, visti dei bisogni a terra mi ha invitata a raccoglierli. Io mi sono girata e stupita le ho detto “Ma ha visto le dimensioni?! Pensa che la mia Maggie possa produrre una cosa simile?! Comunque la mia bella Maggie aveva l’abitudine, un po’ esibizionista, di farle in mezzo alla piazzetta di casa mia! Il suo carattere forte e da furbetta me lo dimostrava anche quando, nonostante le fosse interdetta un’unica camera, lei aveva imparato ad aprire la porta difettata e si rifugiava sotto il letto! Ma poi aveva dei momenti in cui era proprio coccola e bisognosa di sicurezza. Come la volta in cui ci sono stati i fuochi d’artificio e il rimbombo l’aveva spaventata molto tanto che quando sono rientrata l’ho trovata in un angolo bisognosa di rassicurazioni!

Litigavamo ogni tanto perchè il poco tempo che restavo in casa, sopratutto la sera, non sempre avevo la voglia e il tempo di giocare con lei. Così mi sono resa conto che avere un cane in appartamento non era per me! L’amavo, voglio bene agli animali, ma non può essere una questione egoistica. Se avessi avuto un giardino, se ci fosse stato qualcuno che durante il giorno poteva farle compagnia… E così ho trovato la situazione per lei. Un mio collega aveva una casa con un bel giardino e la famiglia in casa durante il giorno, così ho deciso di rinunciare a Maggie per renderla più felice. Maggie ha trovato una grande famiglia e un casa più adatta a lei, è cresciuta bella e forte, e ho saputo che ha anche sgominato due volte i ladri! Per quanto mi riguarda…spero un giorno di avere un giardino e trovare la giusta dimensione per avere un nuovo amico. Perchè in fondo è davvero una grande esperienza di vita!

Racconta il tuo cane – Il compagnino

di Sonny

Il “compagnino” ha 12 anni. E’ vecchio e un giorno dovrò dirgli addio.

Non so come farò, non so se potrò dimenticare il posto che lui occupa nella mia vita.

L’ho soprannominato “compagnino” perché è il mio compagno di passeggiate. Nei boschi, sui monti, lungo le spiagge solitarie d’inverno ma anche d’estate, in quelle alte sulle scogliere. Lui corre, fiuta, va avanti e indietro; io guardo le farfalle, i fiori, l’orizzonte lontano e vicino ma sempre il mio orizzonte fatto di natura. Esclusiva, adorabile, indispensabile natura che mi colloca nel mondo come parte viva e non come un’ombra cinese.

“Compagnino”, battezzato Tobia, è un meticcio di Breton, nato da madre Breton e padre nanerottolo, meticcio insondabile.

Il mio “compagnino” è con me ogni giorno, in casa e fuori. Mi cammina davanti, imbocca una strada a destra ma all’avvertimento: “di qua”, cambia direzione e svolta a sinistra.

“Tobia, c’è Gino!”. Immediatamente cerca Gino e comincia a ringhiare perché Gino, un meticcio di maremmano e dalmata, una volta lo ha morso.

“Vai a prendere la pina” e Tobia corre a prendere la pina.

Tobia viaggia in auto “affacciato” alla spalliera del sedile posteriore, ritto su due zampe e per quanti chilometri si facciano, da due a duecento, è lì, piccola “vedetta lombarda” a controllare la strada. Abbaia quando intravede un cane, forse per dirgli che lui è un privilegiato; invecchiando abbaia anche ai gatti, ai piccioni e perfino ai carrettini dei bambini.

Quando vuole il biscotto si piazza sotto la scatola di latta e guarda alternativamente me e la scatola. Le parole non servono, lo capisco, sono umana…….no?

“Compagnino” è uno spazio nel paesaggio della mia vita, uno spazio pieno di semplicità, di innocenza, di gioia. Mentre corre felice, sui colli e nei boschi, lungo il mare o in campagna, divento una persona fresca nell’aria, nuova di zecca, con un presente infinito, senza passato e senza futuro. Sperimento il “qui e ora”.

Caro Tobia, mio “compagnino”, non morire mai!

Racconta il tuo cane – Quel sorriso

di Ausilia

Il volpino di mia zia si chiamava Alì ed era nato lo stesso giorno in cui ero nata io. Questo significò che quando io ero un’infante che un po’ camminava a passi incerti e un po’ gattonava in giardino, lui era già un cane adulto. Credo che nella sua canina visione del mondo lui si considerasse un mio fratello maggiore e come tale si comportò sempre.

Poiché aveva un carattere energico e bellicoso era anche convinto che la security della famiglia fosse sotto la sua responsabilità e qualunque estraneo varcasse in cancello di casa nostra, doveva fare i conti con i suoi aguzzi dentini che si conficcavano di preferenza, data la sua statura modesta, nelle caviglie del malcapitato visitatore.

Con gli stessi dentini dovetti fare i conti io stessa più di una volta. Se nel mio comportamento qualcosa non gli andava a genio, la nemesi arrivava in tre fasi: primo uno sguardo fisso e severo, secondo un ringhio sordo e minaccioso, terzo, se per distrazione avevo ignorato i due precedenti avvertimenti, un bel morso dove capita capita. Per gli adulti la zona a rischio erano le caviglie, ma io ero alla sua altezza e dunque le parti del corpo morsicate avevano una maggiore varietà.

Si potrebbe pensare che esperienze infantili di questo tipo abbiano fatto di me una persona che ha paura dei cani, ma devo dire che è successo proprio l’esatto contrario. Sì, perché senza dubbio il ringhioso Alì mi voleva bene, infatti le morsicature lasciavano sì qualche livido, ma non furono mai tali da farmi dei danni seri. Se è vero che can che abbaia non morde è altrettanto vero che can che morde, non necessariamente ti vuole fare veramente male.

Quando la scuola finiva io mi trasferivo per tutta l’estate a casa di mia zia e immancabilmente, chi trovavo ad attendermi lungo la strada? Il volpino Alì, ogni anno un po’ più vecchio, mentre io crescevo. Quando mi correva incontro era così felice di vedermi che, scodinzolando con tutto il corpo – che sembrava un piumino della polvere bianco e nero – scopriva i dentini aguzzi in un sorriso che ancora adesso a ripensarci mi commuove.

Alì se ne andò ad un’età rispettabile per un cane: avevamo quindici anni. Da allora molti altri ottimi cani hanno allietato la mia vita, ma nessuno mi ha più offerto quel sorriso.

Racconta il tuo cane – In attesa di giudizio

di  Victoria Kastanida

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Era piuttosto comica la mia amica quando, sulla sua personcina di quaranta chili scarsi per un metro e cinquanta di altezza indossava l’uniforme da guardia zoofila. Ma c’era poco da ridere: lei prendeva la sua attività di volontaria della protezione animali terribilmente sul serio. Infatti quando le fu segnalato il caso di una beagle di sette mesi che veniva tenuta in permanenza chiusa su un balcone di due metri quadri al freddo e alle intemperie di un inverno particolarmente rigido, intervenne come l’angelo vendicatore e sequestrò la cucciola.

Sequestrata in attesa di giudizio: e poi? L’ospitalità in canile rischiava di essere un peggioramento della situazione di partenza. È a questo punto della storia che vengo contattata ufficialmente dalle guardie zoofile: posso ospitare la cucciola in attesa che il giudice prenda una decisione? Certo che sì!

L’amica mi avverte: «Non ti affezionare troppo. Bada che è possibilissimo che il giudice la riconsegni ai proprietari. Questi hanno fatto fuoco e fiamme e detto lei non sa chi sono io e giurato di muovere amici influenti perché il cane venga loro restituito. Perciò tieni presente che probabilmente sarà un’ospitalità temporanea.»

Il primo mese di convivenza fu tremendo: la cucciola non aveva ricevuto la minima educazione a sporcare in luoghi ammissibili. Come nella prigionia in cui aveva sempre vissuto, dove si trovava la faceva… e la faceva sovente! Poi aveva un carattere terribilmente nervoso, un’agitazione continua e una distruttività che si scatenava su qualunque cosa alla sua portata. Scarpe, libri, mobili, tappeti per alcuni mesi vennero rosicchiati inesorabilmente. Ad un certo punto fece la scoperta del cesto della biancheria da lavare: questa evidentemente aveva dei profumi irresistibili, che ne causavano il massacro sistematico. Infine dimostrava in ogni momento e atteggiamento delle sue iperattive giornate un profondissimo disprezzo per il genere umano nel suo insieme. D’altra parte come darle torto?

Dopo qualche tempo gli effetti della lunga permanenza al freddo si fecero sentire: febbre alta, broncopolmonite cronica, poca risposta alla cura antibiotica. Poi un lento, faticoso miglioramento e il consiglio del veterinario: «Il cane deve fare molti esercizi respiratori».

Come si fa a far fare esercizi respiratori a un cane? La prassi era questa: nell’estate torrida che intanto era scoppiata riempivo di vapori balsamici il box doccia del mio bagno e poi, sudando come in una sauna, ci stavo una decina di minuti, seduta con la cucciola sulle ginocchia, spendendo molte coccole e grattatine di orecchio nella difficile impresa di farla stare buona. Passati i dieci minuti, per altri dieci comprimevo dolcemente, ma con una certa decisione il suo costato, per poi rilasciarlo bruscamente, in modo che i vapori balsamici venissero inspirati profondamente. Alla fine di un mese di questi esercizi quotidiani, alla visita del veterinario la paziente risultò perfetta mente guarita. Nel frattempo qualcosa era cambiato anche nel nostro rapporto: c’era un nuovo rispetto, senza grandi dimostrazioni, ma più di una volta l’avevo colta, quando pensava che non la vedessi, a guardarmi con affetto.

Tutto questo accadeva sei anni fa. Oggi la beagle è il cane più affettuoso e simpatico che si possa desiderare, continua a stare bene e vivere con lei è un piacere.

E il processo per maltrattamento? Mai stato celebrato. Al giudice avevo inviato parecchie lettere ai tempi in cui la polmonite era così grave che pareva quasi che la stessimo perdendo. Poi ho di nuovo scritto per dire che si era salvata e che le avrei fatto mettere un microcheap a mio nome. Non ho mai avuto risposta, ma sospetto che il giudice, saggiamente, abbia continuato a rimandare il giudizio, lasciando di proposito tutto come stava.

Qualche volta può capitare che la tendenza del provvisorio a diventare definitivo dia come risultato di lasciare tutti piuttosto contenti.

Racconta il tuo cane – La mamma del mondo

di Victoria Kastanida

È sabato mattina. Potrei dormire un po’ più del solito, ma proprio non se ne parla. Alle sette in punto incomincia il concerto degli otto cuccioli di Smilla, la mia pastora svizzera che ha partorito un mese fa. Li ha allattati tutti da quella madre valorosa che è, ma poi le è venuta la mastite e i suoi figlioletti hanno dovuto essere svezzati. Perciò adesso provvedo io a fornire le pappe tre volte al giorno. Quando l’appetito si fa sentire ecco che comincia un coro a otto voci che fa pensare ai lamenti delle anime del purgatorio. Scendo in cucina e non appena mi vede Ciccio il mio vecchio gatto (ha 19 anni e molti acciacchi) emette dei miagolii strazianti. Do la precedenza al cibo del povero vecchietto e poi comincio i preparativi per la pappa dei cuccioli. Intanto si è svegliata Bea. È una beagle dal forte temperamento con alle spalle una storia di maltrattamenti, che ho adottato in qualità di affido giudiziario temporaneo ed è poi rimasta con noi fin dal 2002. Si posiziona vicino alle mie caviglie e mi lancia sguardi supplichevoli. Le offro un bocconcino e intanto anche Smilla è venuta a pretendere un po’ di attenzione e qualcosa nella ciotola. Quando la pappa dei cuccioli è pronta salgo nella mia stanza. Al momento l’ho ceduta alla cucciolata e mi sono ritirata nella stanza degli ospiti. Il concerto non appena i cuccioli mi vedono sale di volume e assume un ritmo frenetico, come se le porte del purgatorio si fossero spalancate. Otto paia di occhi brillanti mi fissano pieni di aspettativa in mezzo al pelo bianco vaporoso. Quanto sono carini! Intorno alla grande ciotola tutti i fratellini si dispongono in una formazione regolare che sembra una stella a otto punte. Dopo un’ora circa di duro lavoro, tutti sono nutriti e ripuliti e decidono di schiacciare un sonnellino. Finalmente gli strilli si sono ridotti a una musica tranquilla di mugolii soddisfatti. Ridiscendo in cucina col proposito di farmi finalmente un caffè. Accendo la macchina dell’espresso, ma ecco che dai vasi delle calancole – sono piante tropicali che si riproducono incessantemente e fioriscono in tutte le stagioni – si alza un gracidio ritmico. È un regalo della mia amica Gabriella. Un dispositivo inesorabile che entra in funzione quando il tasso di umidità delle piante in vaso è troppo basso. Annaffio subito e riesco a tacitarlo. Quando il caffè è quasi pronto squilla il telefono. È mia suocera, gran donna di 88 anni, con cui la tradizione vuole che pranziamo tutti i sabati. Quando lei era più giovane eravamo ogni sabato a pranzo a casa sua, ma adesso il senso dell’ospitalità si è giustamente invertito. Gentilissima mi chiede se ho bisogno di qualcosa: pane fresco e giornale, grazie. Verso l’una il suo figliuolo andrà in città per accompagnarla da noi. Finalmente faccio colazione. La casa ha un gran bisogno di una riordinata. Intorno al mio computer c’è un tremendo guazzabuglio di carte, libri, cartelline, buste, giornali. Sto scrivendo un libro e intanto tengo dietro come posso a molte altre attività. Il libro che sto scrivendo si intitola Perché non ho avuto figli, già perché? Dato che sono travolta da tutto ciò che ha bisogno di me come e più di una madre. Da qualche mese con le mie colleghe abbiamo deciso di concederci un lusso esagerato: un’ora di autocoscienza la settimana. Nell’ultimo incontro ho deciso di descrivere al gruppo la mia situazione. Ho quasi sessant’anni. Nel modo in cui sto vivendo, si può ancora pensare che io non abbia voluto figli per non complicarmi la vita? Perché me la sono complicata tanto? Sottopongo questi interrogativi al mio piccolo gruppo di autocoscienza. Il gruppo risponde a questa domanda con altre domande e, come sempre succede, il peso che da un po’ di tempo sentivo gravare sulle mie spalle si alleggerisce. C’è qualche risata. C’è il conforto di sentire che quello che vivo è stato capito, non c’è nessuna voce che mi disapprova, anzi, Gabriella osserva qualcosa che mi apre il cuore: «Sarà un caso, dice, ma le donne più anziane di me che nella mia vita hanno contato molto, che non hanno mai cercato di manipolarmi, di soffocarmi, di controllarmi (tra quelle che cita ci sono io e questo mi riempie di orgoglio), sono tutte donne senza figli». Allora arriva l’illuminazione: non ho figli, ma ho per il mondo la cura di una madre. «Io sono la mamma del mondo!» dico e nel gruppo scoppia una grande, affettuosa, confortante risata.

Racconta il tuo cane – Casìra

di Casìra

Si era scatenato un violento temporale e pioveva a dirotto. Stavo rientrando a casa verso le quattordici, preoccupato perché i cani durante i temporali impazzivano. Da qualche tempo, perché vecchi, litigavano facilmente e un niente li portava ad azzuffarsi.

Erano entrambi forti, ma l’uno sopravanzava l’altro come peso e robustezza delle mascelle e aveva sempre la meglio.

Arrivato davanti a casa ed azionato il cancello elettrico, sotto gli scrosci della pioggia e il fragore dei tuoni, non vedo gli animali, che si solito mi vengono incontro. Dopo qualche secondo il cane più grosso si avanza zoppicando, fradicio d’acqua. L’altro non si presenta. Ho un brutto presentimento.

Entrato col Ranch Peugeot e percorsi i venti metri dal cancello alla casa, vedo l’altro cane steso a terra, immobile. Forse la zuffa è stata mortale. Scendo, mi avvicino. Non dà segni di vita, ma mi accorgo che respira. E’ inzuppato di acqua e di sangue.

Lo chiamo, apre gli occhi, dimena con movimento abituale la corta coda, lo accarezzo sul muso e gli batto la testa con le nocche della mano, rincuorandolo. E’ ridotto male: ferito alle zampe e al corpo. Non si alza. Lo accarezzo ancora, poi lo copro con un sacco, per scaldarlo e lo proteggo con degli assi dalla pioggia.

Chiamo il veterinario e mi si prospetta l’eventualità di farlo sopprimere, per non farlo ulteriormente soffrire.

Perché dei cani che hanno vissuto insieme per degli anni si azzuffano a morte?

Le risposte ci sono, e non leniscono la contraddizione nei confronti dei miei cani che amo entrambi, e dei quali a un tratto, apparentemente senza motivo, uno si trasforma in assalitore e l’altro in vittima.

L’istinto irrazionale, la non-coscienza, la variabilità imponderabile degli umori legati all’impulso del codice genetico, mi costringono a seppellire il mio animale che soccombe nella lotta e contemporaneamente ad accarezzare l’altro, vincente, che, placato dopo la zuffa senza odio e cattiveria, ma violentissima, mi si accuccia ferito ai piedi.

Il mio cane morto. Era un trovatello. Snello come un ghepardo. Sperso perché disturbava troppo, spinto da un bisogno incontrollato di abbaiare. Accettò il cibo e le carezze, quando lo vidi solo sulla strada, abbandonato, dove abbaiava più per paura che per aggredire. Rincorreva latrando tutti i motocicli e le automobili di passaggio, ma mi seguì subito quando lo invitai e si inserì nel gruppo degli animali della cascina. In casa trovò una posizione gregaria, per anni rispettata e da lui accettata, con qualche parentesi violenta, quando subiva la “combine” degli altri cani, cresciuti da cuccioli in cascina, che gli ricordavano a scadenze ricorrenti che era l’ultimo arrivato.

Non ho mai capito le esplosioni di violenza degli animali, anche se la scienza dice che sono originate da precise leggi, sotto il cui impulso animali di uno stesso gruppo lottano tra di loro per la posizione dominante; animali di gruppi estranei si sbranano per la difesa del territorio; il gruppo compatto in ogni ordine e grado giustizia con ferocia efficace una preda, per acquietarsi all’improvviso quando la caccia è finita a leccarsi le ferite come si lecca un osso.

Trasferivo sugli animali i sentimenti dell’uomo.

Se c’è una differenza tra l’uomo e gli animali è nella catena dei perché, che legano un fatto all’altro e che gli animali non si pongono. L’uomo avverte, calcola, decide, passa all’azione, per vantarsene o rammaricarsene; gli animali vivono l’istante, l’uno dopo l’altro, l’uno necessariamente legato all’altro, senza incertezze e tentennamenti: la loro è la cavalcata travolgente della vita, un fiume impetuoso, dettati dalla forza dell’istinto.

Come il mio cane morente, che giustiziava un malcapitato gatto, o un ghiro, un topo, una serpe, che depositava ai miei piedi sulla porta di casa, per me, riconosciuto capobranco; come il mio cane morto, a sua volta giustiziato dall’ amico–rivale, cui voleva sottrarre il ruolo dominante, che non dimostrava rancore verso l’altro suo simile che lo aveva azzannato a morte.

Il mondo degli animali. Dicono che essi non godano dello splendore dei colori e passino l’esistenza tra grigi scenari uniformi, differenziati dall’acre gamma degli odori, che fanno loro riconoscere le situazioni di benessere e di pericolo, con reazioni conseguenti.

Certamente la frequentazione con l’uomo li abitua ad atteggiamenti meno ferini, che possono generare l’illusione che gli animali assimilino il meglio del sentire umano, se esplosioni di ferocia e di contentezza incontrollate non convincessero del contrario.

Ma…, perché queste considerazioni scontate?

Lo confesso: riproponendomele, cerco una ragione per me, una “pietà animale”, che lenisca la mia tristezza.

Racconta il tuo cane – Una lapa chiamata desiderio

di Erminia

Lui era di indole dolce.Di più, lui era dolcissimo.

Il nostro cane aveva degli occhi buoni che rivelò a noi e al mondo, a mano a mano, mentre cresceva. All’età di sette anni fu l’apoteosi.

Dopo molto battibeccare fu presa la decisione di rendere Tito papà.

Per un paio di volte una figlia, accompagnata dal marito, portò il nostro fido in una villetta alle porte della città I due furono bravi e dopo poco più di due mesi nacquero undici cuccioli.

I figli scelsero un maschietto e una femminuccia. A tempo debito e per un mesetto i due batuffoletti rimasero con noi.

Fu un gran trambusto, perché non eravamo avvezzi a vederci girare per casa e, in contemporanea, tre animali insieme.In quel frangente il neo papà fu sublime e rivelò completamente la sua natura.

Tito fu un ottimo padre, con un debole per la femmina, che come tutte le femmine del mondo non ci mise molto a capirlo S’impossessò della cuccia paterna e disdegnò il lettino, preparato per lei e il fratello.

Lo spodestato padre non era più il dalmata che eravamo abituati a vedere. Era un arrotondato e fitto ammasso bianco con chiazze di nero, che spuntavano qua e là impertinenti. Raggomitolato alla meglio tentava inutilmente di non far debordare il longilineo corpo da quella approntata cuccia.

Al maschio non pensammo minimamente di dargli un nome: presto sarebbe andato via. La femmina, che era arrivata imprevista e inattesa e che sembrava dovesse ribaltarsi ad ogni passo, decidemmo di chiamarla Lapa. Se non fossimo riusciti a sistemarla, sarebbe stato uno strano modo di dar vita, e in modo non tanto figurato, a un desiderio recondito di un caro amico di famiglia, un medico salvavita, che da anni era ed è alla ricerca di un motocarro a tre ruote, che i vecchi contadini del paese chiamano e riconoscono soltanto come “lapa”.

Dopo un paio di giorni della partenza del fratello, anche Lapa trovò dimora.

Tito, presago, l’accompagnò fin sulla porta, eppoi, in pace, si avviò verso l’agognato riposo.